La “nuova sinistra”? C’è già: si chiama Lega.

Francesco Natale

No, tranquilli: non ho fatto colazione con Juncker e non sto “bestemmiando in Chiesa”. Vi sto semplicemente dicendo, una volta di più, la Verità.
Chiara, cristallina, inconfutabile.
Pensate a quanto suona di “sinistra” un linguaggio, e quindi una politica ad esso conseguente, costruito interamente su parole, formule, espressioni quali: “storytelling”, “narrazione”, “startup”, “app”, “2.0”, “3.0”, “4.3periodico”, “inclusione”, “solidarietà”, “Europa”, “piùeuropa”, “celochiedeleuropa” “TINA (acronimo di “There is no alternative”: non c’è alternativa)”, “giovani”, “knowhow”, “resilienza”, “battaglie-di-civiltà”, “diritticivili”, “modernizzare”, “nodiscriminare”, “SIGRANDECAPO!!! (cit. Micaela Campana)”, “no al far west!” (riferito alla legittima difesa), “i mercati”, ” i finanziatori”, “i capitali”, “gli investitori esteri”, “le regole condivise”, “lanimadistocazzo”. Per ora può bastare.
Tutto quello che avete appena letto, Miki Campana a parte, non significa di per sé assolutamente un cazzo. Niente. Nada. Zero.
Si tratta di un codice completamente innaturale, ovvero completamente slegato dagli oggetti e dai soggetti che mira a descrivere inquadrati nel loro contesto reale, interconnesso, funzionale.
Parole che sono solo guscio: vuote di frutto e di seme all’interno, quindi assolutamente inadatte a convertirsi in azione, politica o meno che sia.
Parole che, al massimo, possono suscitare plauso e godimento in soggetti psichiatricamente pericolosi quali Zagrebelski, Carofiglio o Gramellini, che nei confronti del cosiddetto “lessico civile” (espressione da abolire, censurare e perseguire con estremo pregiudizio, sia chiaro) provano una attrazione più che sessuale.
Provate a pensare a chi si rivolge questa sedicente “sinistra”, non solo pdem ma nel suo insieme di avvizziti onanisti radunati in microclub tipo LEU (esperienza già liquefatta non a caso) o “piùeuropa” o, peggio del peggio, “fronti repubblicani” in fieri che vedremo, forse, alla Calenda greca.
A parte i segaioli infojati dal “lessico civile”, quanti sono e, soprattutto, chi sono gli Italiani in grado in primo luogo di capire una simile confettura di luoghi comuni in salsa cyber, in secondo luogo di apprezzarne il “contenuto politico”?
Forse operai metalmeccanici?
Forse artigiani piccoli e medi?
Forse disoccupati?
Forse precari da call-center?
Forse camerieri stagionali?
Magari neo-ingegneri in cerca di primo incarico?
Praticanti in studio legale?
Parrucchieri?
Pensionati?
No, vero?
Questa cantilena ributtante, fatta di “correttezza politica” e rassicurazione”, di sabbia tirata negli occhi e di nebulosa mucillaggine, è la prova regina, la cartina di tornasole che dimostra, più di ogni finanziatore occulto, più di ogni eterodiretta agenda politica, più di ogni afflato suicida, come il voler imporre “riforme costituzionali” redatte dai propri lacché e/o reggisperma, quale sia la natura di questa “nuova sinistra”: archiviata l’esperienza post-comunista la sedicente “sinistra” nel suo grigissimo insieme è semplicemente divenuta un partito radicale. Prima di massa: nel volgere di un paio d’anni di miseria.
Fateci caso: tutto, ma proprio tutto il baricentro politico di quel cesso che è il PD così come le piccole pozzanghere che orbitano in quella coprogalassia si è spostato sull’asse dei cosiddetti “diritticivili”, scrittotuttoattaccatochesenononfunziona, del “giovanilismo 5.0”, ovvero tutta la retorica di merda su “cervelli-in-fuga”, “bonus-giovani”, “bonus-informatica”, “più-erasmus”, “cittadini europei” etc etc, frocionozze&eutanasia, nuova&nuovissima&SUPERNUOVA legge elettorale.
Punto. Fine. Basta.
Nient’altro.
Tutta paccottiglia della quale all’Italiano medio, di sana e robusta costituzione, indipendentemente dalla aderenza politica o apolitica, nulla frega. E ci mancherebbe.
Ne segue: quale può essere il tuo bacino elettorale di riferimento?
Semplicissimo: laici benestanti.
Salottieri benestanti.
Ex “compagni” benestanti.
Banchieri e finanzieri che benestanti lo sono per definizione.
Professionisti, magari pure bravi, eh, la cui tridimensionalità economica dipende in via pressoché esclusiva dalle regole truffaldine imposte dall’Europa su certificazioni, congruità ai parametri, bonus ambientali etc etc.
Certo, ci sono pure i “convinti” senza se e senza ma, gli “ultimi Giapponesi” disposti a votare il tal soggetto fosse pure Martina. Roba che richiede sforzi esulceranti di abnegazione Zen e a loro pertanto va la nostra commossa comprensione.
Un bacino elettorale, quindi, ovviamente sempre più limitato e compresso, geloso del proprio “status”, gelosissimo della propria autoconvinzione di essere moralmente superiore a chiunque altro.
Ne è riprova, per dire, la patetica sceneggiata che mise in piedi quel ciuco ansimante di Graziano del Rio a seguito del lapsus del Presidente del Consiglio, il quale dimenticò il nome sacro&inviolabile&blahblahblah di Piersanti Mattarella chiamandolo semplicemente “congiunto del Presidente della Repubblica” durante il discorso di insediamento.
Apriti cielo! Il nostro bardotto d’assalto, manco fosse il portavivande di un plotone di Alpini, parte raglio in resta gridando: “SI. CHIAMAVA. PIERSANTI! QUELCONGIUNTO!”.
E giù pacche sulle spalle da parte dei colleghi dem, strette di mano, torrenti di lacrime offese, scatti sull’attenti e sdegno da Giove Pluvio di fronte alla masnada di coloro che, dimenticando il nome di un pezzo di pantheon laico, dimostrano sotto sotto di essere paramafiosi.
Uno spettacolo ripugnante. Una sceneggiata indecorosa e vomitevole.
Indicativa tuttavia di una attitudine ancora ben radicata a certe latitudini: l’antimafia militante è cosa nostra. Solo nostra. Perché noi e solo noi abbiamo caratura, coscienza e statura morale per, attenzione, NON affrontare la mafia, cosa di cui non ci importa sega in fondo – troppo problematico e poco si sposa con “storytelling 6.0”-, ma per PARLARE di antimafia.
Allo stesso identico modo nessuno come loro è “antifascista”, qualunque cosa ciò possa significare nell’Italia del XXI secolo.
Parolina magica che, tuttavia&grazie a Iddio, ha perso un tantino di magia (chiamassero Franchino per un refitting. 7.0 naturalmente, eh). Certo, ci sarà sempre un caso clinico come Michela Murgia che proverà a cavalcare l’onda lunga (lunghissima…praticamente siderale ormai…) dell’antifascismo (militante pure questo), con l’esito pavloviano di fare salire di un punto percentuale la Lega ogni volta che apre bocca o posta un post.
Pensiamo poi al paternalismo. Quel paternalismo peggio che berlusconiano di cui è campionissimo quel congiunto di Piersanti Mattarella del quale ora proprio mi sfugge il nome (Graziano ragliami un aiutino, please…) e con lui, TUTTO l’establishment della sedicente “sinistra”, senza eccezioni.
Pensate, care teste di granito, a quando Piersanti 2.0 e con lui, in pallido coretto da cantori protestanti (pallidi anch’essi), i vari Martina, Rosato, Renzi, Della Vedova, Bonino, Lorenzin (una, per altro, il cui approdo ex abrupto alla direzione di Forza Italia Giovani tot anni fa resta ancora completamente avvolto dal mistero…) belano compunti: “Bisogna tutelare i risparmiatori! Bisogna tutelari i finanziatori! Bisogna non spaventare i mercati!”.
Si, avete capito: altre frasi che non significano assolutamente un cazzo.
Io, come penso la maggioranza dei miei connazionali, parto da un presupposto molto semplice e lineare: c’è una sola persona che ha pieno titolo per adeguatamente tutelare i miei (inesistenti) risparmi e, soprattutto, stabilirne la destinazione d’uso, ovvero il sottoscritto, che non ha necessità alcuna di pelose tutele da parte di asfittici artificieri perennemente terrorizzati dal cosiddetto “strappo istituzionale” e, di conseguenza, in larga misura corrivi ed asserviti ai dignitari di potenze straniere, altezzosi non meno di quanto siano solitamente alticci.
Paternalismo ben esemplificato, in altra declinazione ma con stessa identica radice, da soggetti come Minniti, Fiano, Majorino, i quali si ostinano a parlare di “percezione di pericolo e insicurezza”, ovvero di qualcosa che è distinto, è altro, è diverso rispetto al REALE pericolo e alla REALE insicurezza: e giù di narcosi pure qui, manco fossero sciamani urbani di Haight Ashbury negli anni ’60!
“Gli Italiani DEVONO capire…”, “Gli Italiani NON si rendono conto…”, “Gli Italiani sono SOBILLATI…”, “C’è chi SPECULA sulla PERCEZIONE comprensibile MA ERRATA degli Italiani in materia di immigrazione…”
Contate, se ne avete stomaco, quante volte vi è toccato ascoltare e digerire questa immane marea di criminali cazzate nel corso del 2018.
Ora, sommate tutto quanto finora riportato e traetene la conclusione, piuttosto ovvia in Verità: questo colossale mucchio di merda ha qualcosa a che vedere con il linguaggio, l’azione politica, il concetto stesso di “sinistra”?
No. Zero assoluto. Zero Kelvin proprio.
La sintesi sta tutta qui: in un parola sola, nel disprezzo totale, sostanziale, inconfutabile del Popolo, di quello stesso Popolo del quale fa menzione la nostra tanto sbandierata costituzione. Di quello stesso Popolo le cui istanze legittime, le cui aspirazioni a decoro, lavoro, sicurezza, promozione sociale sono state ignorate prima, calpestate poi.
Quello stesso Popolo al quale una, ed una sola forza politica, sta finalmente dando le risposte attese da vent’anni.
Ovvero la Lega.
Che poco o nulla c’entra con la cosiddetta “destra”.
Che, casomai, facendo le debite proporzioni, sta avviando il medesimo processo che portò a compimento Bettino Craxi nei primi anni ’80, quando in barba al PCI portò la Classe Operaia “in Paradiso”, attirandosi l’odio sempiterno dell’establishment comunista, al quale soffiò sotto al naso buona parte dell’elettorato (ex) proletario, arginandone per sempre le ambizioni governative, al punto tale che all’esecutivo gli ex compagni ci arriveranno come ierofanti di un “democristiano”.
Processo in realtà molto semplice: dare risposte concrete ed efficaci alle emergenze REALI che il paese sta affrontando.
Mettiamone in ordine qualcuna.
Nessuna retorica giovanilista da tre soldi: il problema ENORME che tante famiglie italiane affrontano oggi dipende in buona misura dal trattamento riservato a quanti hanno perso il lavoro tra i 40 e i 50 anni e che, grazie alle belle puttanate globaliste della “new economy 9.0”, si ritrovano completamente dimenticati. Piazzati su un binario morto. Oggetti, più che persone, che la sedicente “sinistra” ha considerato da subito inutili. Zavorra. Malthusianamente, soggetti che prima si levano dai coglioni e meglio è, poiché ritenuti inservibili e non riciclabili. Soggetti, per altro, plurimamente vulnerati, poiché a quell’età, con ogni probabilità, si è pure acceso un mutuo, con le conseguenze del caso.
Pacificazione fiscale: chiamata spregiativamente “condono” proprio e soprattutto da coloro che hanno, da “sinistra” come da destra, condonato l’inverosimile.
Laddove, pur con le fisiologiche eccezioni che ci saranno, tale pacificazione risulta atto doveroso in un Paese che, grazie alle belle trovate liberali di Giulio Tremonti, tipo Equitalia, ha visto fallire decine di migliaia di piccole e medie imprese, gonfie magari di commesse lavorate e non pagate, a causa di “cartelle pazze” contro le quali nessuna opposizione efficace era possibile, dovendosi liquidare OBBLIGATORIAMENTE un terzo del richiesto, legittimo o illegittimo che fosse, preliminarmente al ricorso.
Tutti conosciamo personalmente, credo, individui, imprenditori e famiglie vessate quando non del tutto rovinate da cartelle rivelatesi, magari dopo 7 anni di calvario, completamente farlocche. Il tutto, cosa inaudita oltre ogni dire, nella totale impunibilità del soggetto emittente, ovvero Equitalia.
Stop all’immigrazione. Altro atto doveroso, che non ha nessuna coloritura “destroide”, anzi, casomai tutto il contrario, trattandosi di provvedimento che scardina contemporaneamente due menzogne colossali: la prima consistente nel definire come “inevitabile” il perdurare dei flussi migratori, che quindi “vanno regolati”, la seconda nell’aver voluto scindere ad ogni costo la gravissima emergenza sicurezza dal problema migratorio.
I flussi possono essere e saranno fermati. Del tutto. Punto.
Chi ha sostenuto criminalmente il contrario lo ha fatto per ragioni poco confessabili, inerenti non tanto al nostro contesto politico nazionale quanto più a quel movimento diafano e trans-politico che anima al 95% i nodi cardinali della cosiddetta “unione europea”. Non roba nostra, quindi, ma porcheria che subiamo, che è altra cosa.
Il problema sicurezza è in gran parte legato alla presenza di migranti. Clandestini o meno che siano. Circa 500.000 soggetti sono in Italia e non dovrebbero esserci. Probabilmente di più. Lasciarli impuniti ed impunibili a piede libero sarebbe, questo si, atto criminale.
E il peggioramento abissale del livello di sicurezza così come di decoro urbano elementare in determinate zone (quando non intere città…) legato alla presenza di tali soggetti può essere messo in discussione solo da chi determinate zone non solo non le frequenta mai, neppure per sbaglio, ma nemmeno s’è preso la briga di guardarle in fotografia.
Ovvio: da Capalbio anche gli slums sembrano Disneyland
Detassazione: e qui riscopriamo, a metà tra il furioso e il divertito, la quantità esponenziale di teste di cazzo che orbitano tra scranni e redazioni, tra apericena e spritzate solidali, alle coordinate di riferimento della sedicente “sinistra”.
Portare al 15% la tassazione per i titolari di Partita IVA che dichiarano fino a 65.000 Euro vuol dire OSSIGENARE di punto in bianco 2 milioni di soggetti. Con famiglie annesse. Stiamo parlando dell’80% (OTTANTAPERCENTO) dei titolari di Partita IVA in Italia. E questo provvedimento, salutare, necessario, forse anch’esso doveroso, secondo i coprocefali di cui sopra “favorisce i ricchi!”.
Al solito, puoi “ragionare” in questi termini quando una Partita IVA non l’hai mai aperta né vista in fotografia. Certo, il commercialista ce l’hai eccome: ma ti serve solo per Banca Etruria e poco altro.
Ci sarebbe molto altro di cui parlare, dalla legittima difesa alla cedolare secca sugli affitti commerciali, ma per ora può bastare.
In sintesi, in quanto unico soggetto politico in grado di interpretare correttamente e rispondere di conseguenza alle legittime istanze del Popolo Italiano, la Lega ha scavalcato e battutto la “sinistra” su quello che, tradizionalmente, avrebbe dovuto essere, da sempre, il suo campo d’elezione.
La quantità e la qualità di epiteti che alla Lega e al suo Segretario vengono attribuiti ne è un altro indice: “fascisti”, “sovranisti”, “populisti”, “nazionalisti”.
Altre espressioni che non siginificano, bravi, assolutamente un cazzo.
Da sempre la “sinistra” li ha attribuiti, in maniera più o meno sistematica, agli oppositori che venivano a mangiare nella sua greppia, da Fanfani a Berlusconi passando, ovviamente, per Craxi (del quale pure arrivarono a postulare l’ascendenza “ducesca”, tanto per rincarare…).
Consoliamoci, quindi, cari Compagni: abbiamo finalmente un partito di Sinistra vera, nel quale riconoscerci e militare.
Si chiama Lega.

Ad maiora…Salvini Che 1

Antifascismo militante, poche parole sprangate tante

 

Antifa 1

Francesco Natale

 

Oggi vi racconto una storia.

Una storia che inizia circa 40 anni fa, ambientata in un’ipotetica cittadina inserita in un ipotetico comprensorio.

I semi del male, che ancor oggi forniscono smisurata messe,  sono stati gettati ben più di quarant’anni fa, ma. che volete, da qualche parte bisogna pur cominciare…

E’ Settembre. Primo giorno di scuola.

Anche per gli iscritti a quello che eufemisticamente viene definito “istituto tecnico industriale statale”: una fogna immonda nella quale la violenza, il degrado sociale, morale e culturale, la tossicodipendenza così specificatamente caratteristiche e congenite nel “comprensorio” intero trovano perfetta e indisturbata sinossi.

I “nonni”, ovvero i pluriripetenti delle ultime classi, sono tutti in stazione: aspettano i “primini”. Le nuove leve, insomma.

Sono centinaia e possono agevolmente tenere sotto controllo tutte le uscite dello scalo ferroviario.

Individuare sbarbati con zaino in spalla e tubolari da disegno è semplicissimo: anche degli untermenschen disgregati dall’eroina riescono a farlo senza (troppe) difficoltà.

L’aggressione è subitanea, automatica, brutale.

Pugni, calci, testate.

Zaini vengono strappati e fatti a pezzi.

Compassi, tecnigrafi, calcolatrici vengono diligentemente posizionati sui binari, affinché il convoglio in arrivo li polverizzi sotto le ruote.

La cosa peggiore di tutte è il rassegnato silenzio: tutti i “primini” sapevano già cosa sarebbe toccato loro. Inutile reagire, inutile gridare.

Le voci corrono in fretta. E la bestialità subumana dei “tecnici” era leggendaria già da anni.

Si spera solo che il rito di iniziazione finisca in fretta e senza troppe lesioni.

Passato quello, ce la si sarebbe cavata negli anni successivi con qualche moderata estorsione, con l’occasionale pestaggio in cortile, magari con l’obbligo di fare da “cavallo” (piccolo pusher) per le grandi occasioni.

Con perversa&perfetta logica da lager si arrivava addirittura ad agognare il “rispetto” degli aguzzini.

Se si diventava “sfondo”, la violenza dei sottouomini si sarebbe concentrata, con consumata vigliaccheria, solo sugli anelli più deboli della catena. In casi non rari inducendoli al suicidio.

Al rito, tuttavia, manca ancora una parte: quella più squisitamente sacrale e liturgica.

Dopo il pestaggio la misera massa di carne umana viene implotonata e spinta in malo modo verso la locale sezione del Partito Comunista Italiano: tutti, senza distinzioni, vengono costretti a tesserarsi alla FGCI.

In 40 anni ci fu una sola eccezione: un sedicenne (bocciato una volta per ogni anno di medie) mezzo pazzo e nero come la pece che girava con un coltello inguainato nello stivale sinistro e un revolver intascato nella giacca.

L’uso occasionale ma persuasivo che fece di entrambi gli strumenti indusse anche i compagni più ortodossi a fulminea e spietata autocritica.

All’interno del panopticon para-colombiano le cose non miglioravano di molto: nei bagni era possibile reperire qualunque cosa, dalla droga ai monili d’oro frutto di ricettazione.

Un giovane insegnante di matematica si ritrovò l’Anima spezzata dopo sei mesi dietro la cattedra e decise di buttarsi dal tetto dell’edificio. Una prece…

Un Preside di passaggio (tutti quelli che potevano erano “di passaggio”) investì in un anno più denari dal gommista che in vacanze: non aveva fatto nulla per censurare determinati comportamenti né era persona particolarmente autoritaria. Il “messaggio” era semplice: ringrazia il cielo che buchiamo i copertoni della tua macchina e continua a farti gli affari tuoi, o cominciamo a bucare te.

Non stupisce che la nomina in Sardegna, a 600 Km da casa, sia stata vissuta da quest’ultimo alla stregua di una Benedizione Cardinalizia.

C’è una parola per tutto questo: merda.

La merda nella quale hanno sguazzato indisturbati e compiaciuti criminali tout-court, la merda ancor più grande rappresentata da quanti, sia a livello istituzionale che civico, nulla hanno fatto per contrastarli.

Per opportunismo politico, per “appeasement”, per paura, per vigliaccheria, per, Dio non voglia, compiacenza verso un determinato stato di cose.

Grazie a Dio parecchi di questi ripugnanti fantocci, imbevuti in egual misura di oppiacei ed ideologia, sono morti: qualcuno ucciso, qualcuno per overdose, qualcuno per cause naturali.

Qualcuno è sopravvissuto, ha fatto ammenda, si è Convertito e mi ha raccontato questa storia, nella fumosa atmosfera di un American Bar, una notte di Giugno.

Ma…

Espandiamo il contesto. Perché mica crederete che finisca qui, vero?

Il SERT operativo nell’ipotetico comprensorio in oggetto si occupa oggi di oltre 4000 casi (oltrequattromilacasi): alcolisti, tossici, psicotici.

4000 casi vogliono dire anche 4000 famiglie. Di che tipo di famiglie si tratti in media è meglio per ora soprassedere.

Una piaga sociale esulcerante.

Le cui conseguenze vanno ben oltre e ben al di là del singolo, ma producono disastri a cascata con effetto-domino.

Ragazze-madri sieropositive, sedicenni carbonati dalle pastiglie, cinquantenni ridotti a colabrodo.

Flussi di metadone che scorrono inarrestabili come il fango del Vajont.

Anche per questo c’è una parola: merda.

La merda di cui hanno fatto uso gli “utenti” del SERT summenzionato, la merda ancor peggiore di quanti si sono rivelati campioni invincibili dello sport locale più gettonato: voltarsi dall’altra parte.

Allarghiamo ulteriormente il nostro Google-Maps.

C’è un ipotetico porto limitrofo al “nostro” ipotetico comprensorio.

La gestione sottotraccia del quale, caso rarissimo ma non unico, vede la proficua  joint-venture tra ‘ndrangheta e malavita albanese.

Buona parte della merda che finisce nel naso, nello stomaco e nelle vene dei 4000 disadattati di cui sopra viene da lì.

Così come quasi la metà delle prostitute che battono le strade della zona.

Dall’Albania ne venivano sicuramente due, ritrovate qualche anno fa nel greto di un fiume, sventrate dal pube alla gola: ad oggi nessun colpevole. Tanto di due “Marinelle” chi se ne fotte, in fondo?

Anche questa, tanto per cambiare, è merda.

Non ha un altro nome: merda.

Sempre “lì vicino”, sulle alture, era aperto fino a qualche anno fa un “locale” (che meriterà in futuro specifica e doviziosa analisi in altro scritto) ove si suonava musica dal vivo.

Ai tavoli, oltre a clientela eterogenea e quasi normale (quasi), era possibile trovare ex terroristi (quanto “ex” sarebbe da vedersi…), piccoli e medi pushers, soggetti sottoposti ad arresti domiciliari che è lecito supporre avessero colà eletto residenza, profeti della nuova pentecoste marxista, insignificanti “capipopolo” passati con nonchalance dal Fronte della Gioventù alla FGCI con la carnale speranza di acquisire maggior leadership rionale e, forse, vita sociale appena superiore a quella di un neutrone.

Il gestore, attraverso l’aura penetrante di Rum e marijuana che da colui perennemente emanava, era solito dire, ripetutamente, con voce un poco impastata: “Sai, finché la Provincia resta di sinistra qui non ci romperà mai il cazzo nessuno…”.

In effetti era proprio così: nessuno ruppe mai il cazzo a gambizzatori coinvolti in sparatorie dalle parti di Piazza Manin, spacciatori sessantenni conviventi con quindicenni, coltivatori diretti mooooolto particolari, piccoli chimici in erba, papponi da cortometraggio brasiliano, alto-borghesi col papà in Regione e la sorella in Comune, patron di rinomate discoteche, PR delle medesime legati a doppio filo con l’ambiente delle palestre e dei buttafuori, qualcuno dei quali trovò prematura fine in Medio Oriente qualche anno dopo.

Il buon vecchio sale della terra di quelle parti: ovvero una colossale montagna di merda.

Ora, cari miei, a costo di scadere nella coprolalia: sommate compuntamente tutta la merda di cui fino a qui ho soffertamente fatto menzione.

Cosa se ne deduce?

Semplice: che l’ipotetico&fantasioso comprensorio di cui sopra è stato stuprato in maniera sistematica e spietata da una classe politica come minimo insipiente ed incapace, quando non apertamente criminale, corriva, collusa.

Una classe dirigente che anziché mettere un argine almeno minimo alla montante marea di merda ha pensato bene di voltarsi dall’altra parte o, peggio, di sfruttarne il flusso per recare in porto il proprio naviglio, ovvero per acquisire immeritata ed inaudita tridimensionalità politica.

Un “elite” che ha, tuttavia, sempre avuto a disposizione la “carta jolly” per coprire la propria incompetenza, la propria indifferenza, la propria vigliaccheria, la propria eventuale collusione.

Il passe-par-tout per antonomasia: l’antifascismo.

Il comodo coperchio buono per tutte le stagioni, perfetto per chiudere ripugnanti pentoloni (pieni di cosa lo sapete) nei quali tutt’ora sguazzano i “tecnici” militanti, gli speaker di radio “tematiche”, i rottami per i quali Biancaneve non è una fiaba.

Tutti ancor oggi strumentalizzati da coloro che sanno perfettamente come il mantra “Antifa”, debitamente professato con lacrimoni d’ordinanza durante pubblica e toccante cerimonia (laica), attivi riflessi pavloviani: luce verde, luce rossa.

All’accendersi della seconda ecco ricompattarsi la masnada di relitti che non vorremmo manco come rematori sulle galee, pronti a offrire “solidarietà”, supporto elettorale, militanza, movimentismo, manifestazioni, sit-in, flash-mob, marce.

Un nulla sconfinato, il cui unico ubi consistam è dato dalla periodica riesumazione e ritumulazione di Claretta Petacci e Benito Mussolini, in un eterno samsara rituale officiato da zombi festanti: delle SS in piena regola.

Automi che trovano unica, misera consolazione al proprio fallimento esistenziale nell’esercizio sistematico della violenza: fisica, verbale, morale.

Revenant semiputrefatti che escono dal sepolcro solo il 25 Aprile, per

vivere come scarafaggi, tra piccoli traffici e facezie escatologiche il resto dell’anno.

Chi mi conosce sa quanto io detesti e abbia sempre detestato il fascismo, senza eccezioni di sorta.

Vi chiedo, quindi: quale percepibile differenza esiste tra questa congerie di picchiatori da stadio, di esponenti del demi-monde collocato tra gli Yacht Club e le centrali dello spaccio, di asfittici politicanti stretti nella morsa tra malavita organizzata e residuati della Guerra Civile (spesso in buoni affari tra loro) e i fascisti?

Semplice: nessuna. Non esiste alcuna differenza.

Se non per il fatto che il fascismo è stato condannato, è morto ed è sepolto.

Laddove la holding resistenziale (perché questo è: un comitato d’affari. Da sempre) adotta, tutt’oggi impunita e incensurabile, gli stessi identici metodi, la stessa identica violenza, la stessa ipocrita crudeltà.

Ecco perché mi suscitano altresì totale ripugnanza le virago che si fradiciano per assassini, ladri di galline, esecuzione di “Bella Ciao” da parte dei Modena City Ramblers e, soprattutto, per “leggi” e “provvedimenti” non solo inutili e fuori tempo massimo, ma potenzialmente prodromici di una nuova Notte dei Cristalli a parti rovesciate.

Andate a fare in culo, please.

 

Ad Maiora…

 

 

 

 

 

Di Amazon, Prosciutti, ladri senza Dio e coglioni terminali

Francesco Natale

La provincia di Genova in generale e il Tigullio nello specifico vantano, ahimé, la vivacità culturale solitamente riscontrabile in un obitorio vittoriano. Si sa.

Non mi riferisco naturalmente al numero di coloro che vantano prestigiosi titoli di studio o ai libri annualmente letti “pro capite”, quanto più ad una attitudine perniciosamente diffusa (con poche, benemerite eccezioni) ad ogni livello sociale.

Una attitudine, un abito mentale ormai congenito, che coniuga depressione latente, “revanchismo” gretto e patetico, fatalismo, prontezza fulminea nell’autoassoluzione e nell’autogiustificazione, sistematica attribuzione ad altri delle proprie colpe e dei propri eventuali errori.

Un mix deleterio e stagnante che produce due effetti distinti ma correlati: la necessità costante di individuare un nemico oggettivo da abbattere e un rassegnato qualunquismo che non ha eguali in altre realtà italiane.

Solitamente l’obiettivo principe contro cui scagliarsi è “lo Stato”.

Una entità di cui il nostro rivoluzionario da bar sport, cronicamente frustrato, neppure conosce la corretta definizione né gli elementi costitutivi.

Ma per costume consolidato basta pronunciarne, belando e muggendo, l’odiato nome per acquisire in automatico la statura etica e morale di un De Gaulle.

Ultimamente ho riscontrato con divertita malvagità che al nefasto “Stato” si sono affiancati, nella scoppiettante e arguta retorica barricadera di tanti piccoli Soloni di provincia, altri bersagli di notevole caratura.

Amazon, ad esempio.

Il “discorso” standard è più o meno il seguente: è una vergogna! Amazon rovina i commercianti vendendo sottocosto! E per di più non paga le tasse in Italia! Non si può andare avanti così! Ci vuole una legge!

E via così di cazzata in cazzata.

Ora, fotografiamo innanzitutto il “nomophylakòs” rivierasco medio: batte uno scontrino su tre, vende spesso e volentieri a prezzi da rapina a mano armata, magicamente il suo POS per carte di credito non funziona mai, non appena in città si vocifera dell’apertura di un Footlocker, di un Unieuro, di un Ikea del cazzo fonda comitati “civici”, scrive al Sindaco, al Parroco e al Vescovo, mobilita nonne e bambini grassocci, organizza fiaccolate e “flash-mob” di protesta, invoca la co-sti-tu-zio-ne-an-ti-fa-sci-sta, strepita e piange lacrime di sangue al fine di impedire l’apertura della succursale di catena. Solitamente ci riesce.

Il tutto fondato su un presupposto celato ma percepibile per chi non sia un completo deficiente: c’è un solo posto nel quale i soldi altrui sono legittimamente titolati a stare, a pena di indegnità morale in caso contrario, ovvero le mie tasche. E solo le mie tasche. Giammai quelle di qualcun altro.

Capirete bene da soli quanto questa nefanda attitudine possa essere positiva e salutare per una zona che rivendica “vocazione turistica” e “cultura dell’accoglienza”. Ma soprassediamo e passiamo alla fenomenologia in concreto.

Nello specifico parliamo di Prosciutto (io lo scrivo SEMPRE con la maiuscola: non me ne vogliate), alimento che venero e del quale sono consumatore direzionale.

Mi servo, da anni, sempre dal medesimo pizzicagnolo.

Il quale tiene in linea un solo tipo di Prosciutto crudo. Uno. Solo.

Di solito questa è garanzia di estrema qualità: a 30 prosciutti in rooster corrispondono spesso e volentieri mozzarelle da lungi passate a miglior vita e burrate potenzialmente lisergiche.

Da oltre cinquant’anni il mio pizzicagnolo, uomo di pochissime parole e tantissimo lavoro, si sceglie personalmente i pezzi destinati alla vendita e per questi paga, di tasca sua, il fermo in prosciuttificio per un anno di stagionatura in più.

Normale e logico che il suo Prosciutto costi circa il 20% in più rispetto alla media dei prosciutti di alta qualità.

Surplus che una numerosa e affezionata clientela paga più che volentieri.

Potreste mai immaginarmi, quindi, ad acquistare Prosciutto su Amazon?

No. Impossibile. Non c’è proprio storia.

Tutto questo per significarvi come esistano beni e prodotti, in Italia di larghissimo consumo, che non sono “fungibilmente” acquistabili in rete, e il mercato dei quali, quindi, non subisce alcuna flessione per “colpa” dell’odiato Amazon.

Diversissimo, questo si, il discorso che riguarda ad esempio informatica e tecnologia: è ovvio ed evidente che per la legge dei grandi numeri Amazon risulti abbastanza (non moltissimo: abbastanza) conveniente rispetto al negozio di quartiere.

Indipendentemente da quanto sia inesorabile il “progresso” dei circuiti di vendita telematici, è necessario fare una considerazione in più: quanti di tali “negozi di quartiere” meriterebbero davvero di restare aperti e di non essere invece travolti dalle Fiamme della Gehenna con estremo pregiudizio, indipendentemente da Amazon?

Qualche esempio spicciolo: due mesi fa ho necessità di acquistare 5 (cinque) Cd vergini per masterizzare le mie musichine metalliche.

Entro, maledetto me, in un negozio della zona.

Titolare: assente. Socio vice-titolare: assente.

Amico del titolare fuso e obnubilato: presente.

Scatoloni ammassati alla bell’e meglio, polvere museale, vetri rotti (?!?!?) per terra.

Ok. Sarà una cosa rapida e indolore comunque.

Per un cazzo: il caso clinico ci mette 10 minuti (dieci.minuti) per trovare, sotto a pila di cartacce, il cluster dei Cd vergini.

Quindi l’apoteosi: il registratore di cassa funziona solo con lettore IR di codice a barre. Non consente la digitazione autonoma su tastierino per “un problema software”, dice il debosciato. Il codice dei Cd vergini non risulta inserito in database: dopo quattro tentativi il sistema si pianta completamente. Faccio notare a coso che dello scontrino mi importa sega e che lo posso tranquillamente pagare “brevi manu”.

Non può: non conosce il prezzo di un singolo Cd e comunque DEVE fare lo scontrino. Mi prega di attendere mentre prova a contattare telefonicamente il titolare.

A quel punto mi impongo di resistere: voglio malignamente vedere come e quanto si protrae la faccenda.

59 minuti. Cinquantanovefottutiminuti.

Durante i quali l’ameba antropomorfa ha contattato titolare, resettato il sistema, cercato password, è entrato nel database, sbagliato primo, secondo e terzo inserimento dati, resettato nuovamente, reinserito dati, finalmente integrato codici corretti e battuto gloriosamente scontrino da 3,90 Euro.

La serranda sempiternamente serrata, l’anatema e la damnatio memoriae sono a mio giudizio la pena MINIMA per una non-gestione del genere.

Ma passiamo a di meglio e di oltre: 2006, anno di lancio della Nintendo Wii. Difficile reperirla al day-one (il giorno del lancio, insomma), visto l’altissimo numero di prenotazioni.

Notissimo negozio di giocattoli in Riviera. Wii prenotabile ma SOLO alle seguenti condizioni: 319 Euro per la console (prezzo IMPOSTO da Nintendo: 259 Euro) e OBBLIGO di prenotare contestualmente due giochi alla modica cifra di 89 Euro l’uno. Ottantanoveeuroluno: maledetto il budello cane delle vostre mamme.

Costo medio di un gioco Wii all’epoca su “Play24/7.com”, 39,90 Euro.

Per gli stessi IDENTICI giochi.

Qualche anno dopo, uscita di Playstation Vita, seconda console portatile di Sony: qui in Tigullio non è praticamente mai arrivata. Per una ragione molto semplice: essendo fondamentalmente destinata allo scarico dei giochi on-line su Playstation Store non consentiva di fatto ai “negozianti” di vendere un buon numero di game-cartridge dai prezzi adeguatamente gonfiati. Chapeau, davvero!

Stesso periodo: “Confessions of a Dance Floor” di Madonna in “negozio”, 25,40 Euro. Stesso identico Cd MA in edizione limitata con box cartonato su Play.com: 10,49 Euro, spedizione gratuita dall’isola di Jersey.

Lavatrice Hoover a carico verticale acquistata in loco (ri-maledetto me): 569 Euro. Stesso identico modello, Mediaworld: 329,99 Euro, consegna compresa.

In ultimo, il meglio, andando indietro di 30 anni, giusto per dimostrare che il fallimento di certuni “negozi” sarebbe stata sorte meritatissima e purtroppo mai giunta abbastanza tempestivamente, ben prima dell’avvento di Amazon.

Grillo Parlante, negozio di giocattoli in quel di Sampierdarena: trasferta con amichetti per acquistare qualche nuovo gioco per Commodore Amiga (meravigliosa e indimenticata macchina, per altro).

Entriamo e ci accoglie un sogghignate imbecille con barbetta mostrandoci svogliatamente lo scaffale giochi. Chiediamo il prezzo di tre titoli (Shark Attack, Tecnocop e Bloodwych, se non ricordo male…): “Eh, questi sono nuovi, su più dischi…appena arrivati…costano 45.000 Lire…”.

Esticazzi: facendo colletta possiamo permettercene solo due (solo a distanza di tempo scoprimmo che ufficialmente costavano cadauno 29.000 Lire).

E qui si raggiunge il climax discendente: il baratro della sub-umanità si scoperchia e ci investe col suo prepotente fetore di carogna.

Acquistiamo Shark Attack e Tecnocop, ma il prosseneta barbuto anziché darci le nostre scatoline cicciose dice con sicumera “Ora ve li faccio…preparare…venite pure nel retro…”.

Nel retro ci attende la demoniaca sintesi di ogni ligustico sfacelo, la condensa purulenta degli effluvi del genovese Vaso di Pandora: lui, l’uomo-faina.

Biondiccio, pettinatura aerodinamica sui lati, labbro molliccio, piccolo, olivastro, strafottente, camicia gialla abbottonata fino al colletto senza cravatta che manco i conduttori di DJ Television, fisico inesistente, naso affilato, sguardo liquido da prostituto.

Ci guarda sprezzante e con quelle manine unticce che sembrano di cera fa partire X-copy sull’Amiga del negozio.

Facciamo notare a barbetta che noi volevamo acquistare i giochi originali.

“Eh no…quelli non posso venderveli…mi servono per l’esposizione…ma poi è uguale, le nostre copie sono garantite, eh…poi, se volete l’originale…va bene…ma ve lo devo mettere a 89.000 Lire l’uno”.

All’anima putrefatta di quel tegame sfondato della tua genitrice.

Ci pieghiamo alla vessazione: avevamo 33 anni in tre, che cazzo avremmo dovuto/potuto fare?

Mentre X-copy sta facendo il suo sporco lavoro, un amico chiede se può sedersi su una sedia sgombra.

L’uomo-faina risponde piccato: “No. Non puoi. Resisti come facciamo noi STORICAMENTE”.

Si: avete capito bene. STORICAMENTE. Anziché “stoicamente”.

Ovvio: quando la tua formazione, la tua bildung letteraria, diciamo così, è avvenuta presumibilmente ammazzandoti di seghe su Blitz e Caballero non si può neppure pretendere troppo.

Confidando che lo spaccato di Realtà fornito sia stato sufficientemente illuminante, la sintesi è la seguente: per quale puttanissima ragione dovrei pagare fino al 60% in più (e oltre) per lo stesso identico oggetto che trovo al giusto prezzo su Amazon o altro e-shop? Dove stracazzo sta il “valore aggiunto” correlato ad una tale, vulnerante, maggiorazione di prezzo?

In secondo luogo: come è possibile che una significativa percentuale di esercenti possa essere così ignobilmente ottusa, al punto da non comprendere che un certo tipo di (eventuale o frizionale, per altro) flessione nelle vendite NON è causata dalla supposta “concorrenza sleale” di Amazon, bensì dal coniugio esiziale di cupida avidità e stupidità terminale, ovvero il binomio che da decenni sta sgretolando, pezzo dopo pezzo, il tessuto commerciale di Genova e Provincia?

Al solito, come accennavo a inizio pistolotto, colpe, responsabilità ed errori vengono puntualmente, senza eccezioni, ascritte ad altri: è ormai una specie di sport locale, una spirale ove vittimismo e autocommiserazione si intrecciano per mascherare, con fin troppa frequenza, una cupidigia truffaldina ributtante e ingiustificabile.

Andate a fare in culo, insomma.

 

Ad maiora…

Nosferatu 1

 

 

Quando un piatto di scampi diventa Rivoluzione

Scampi 1

Francesco Natale

Rilocato estemporaneamente in Veneto dopo quattro faustissimi anni a Roma, zona Castelli.

Tutto sommato non è male: i Colli Euganei hanno una loro ossianica ragion d’essere che compensa ampiamente l’orrore assoluto della periferia padovana, abominevole incrocio meticcio tra Mogadiscio e un qualunque distretto industriale sovietico, tipo “Città 17”.

Ma anche la quiete poussiniana, arcadica, del Cinto Euganeo è violata da un vento pestilenziale che olezza d’ossario scoperchiato, di zolfo satanico, di reflui fognari, di miasmatica lebbra ideologica, quasi fosse suscitato dalle nere ali di Pazuzu, il dio-demone sumero i cui dicasteri sono siccità, epidemie, putrefazione: la famigerata “raccolta differenziata”, considerata da una classe politica evidentemente composta da degenerati&depravati, fiore all’occhiello della regione levantina.

Il primo impatto col fascismo verde accadde in un brumoso mattino di Dicembre, presso l’ufficio dell’ente giacobino preposto all’indottrinamento coatto degli sventurati Veneti, nel quale mi recai per il rito laico della voltura utenze.

Partiamo subito in minore: l’indirizzo indicato sul sito di suddetto ente è sbagliato. Il navigatore schiuma e continua a spedirmi in una strada senza uscita ove si trova solo una carrozzeria. Al terzo tentativo fallito parcheggio e chiedo lumi al carrozziere, che sembra uscito da un film di Tarantino. Mi accoglie con una raffica di bonarie bestemmie (in zona le usano al posto della virgola…), spiegandomi un poco in Italiano stentato, un poco in bleso dialetto, che “ci cascano tutti”, perché la ***** ha cambiato da poco sede.

Ricostruite per interpolazione le coordinate, trovo finalmente l’ufficio: asettico trilocale piano strada senza neppure insegna, sostituita con grande munificenza da foglio A4 appeso ad anonima vetrina riportante, in stampatello, “Sede *****”.

Entro dopo aver verificato di avere meco tutti gli scartafacci necessari alla schedatura.

Purtroppo il ritardo accumulato ha fatto si che una ventina di persone prima di me fossero già in attesa di verde battesimo.

Rassegnato all’attesa, ne approfitto per una rapida disamina sociologica di ambiente e persone.

Due impiegati a due desk con computer di ordinanza: la donna, 50 anni circa, pettina androgina 2.0, amuleti etnici in legno a collo e polso, simbolo della pace tatuato nell’incavo tra pollice e indice (partiamo malissimo, pensai…), pare efficiente e rapida.

L’uomo, sui sessant’anni, non fa un cazzo. Ha un prigioniero politico settantenne seduto da venti minuti al desk, al quale ha detto che “c’è un problema col software”. Gira, ciondola, si fa un caffè al ginseng (continuiamo peggio…) con l’apposita macchinetta, chiede a più riprese lumi alla collega etno-pride mostrandole al contempo filmati, immagino “divertenti”, tramite smartphone. Ride. Gira nuovamente, ciondola nuovamente.

Quando ritiene di avere abusato a sufficienza della stoica pazienza del vecchietto lo congeda dicendo: “Deve tornare domattina: manca l’ultima bolletta del precedente inquilino. Non posso registrarla”.

“Registrarla”: il termine mi si imprime a fuoco nella mente.

“Registrarla”…

Guardo i miei compagni di sventura, seduti in attesa come me.

Leggo sui volti palese fastidio, temperato tuttavia da luciferina rassegnazione: sono Forche Caudine. Non c’è alternativa al giogo: tanto vale arrendersi al verde Fato e sperare solo che tutto finisca il prima possibile.

I “fortunati” gestiti dall’etno-androide, qualora “nuovi registrati”, devono autonomamente caricarsi i bidoni (anzi, no no no guai e giammai: si chiamano “CONTENITORI DEDICATI”! Peste e anatema coglieranno coloro che oseranno usare la desueta e patriarcale parola “bidone”) in spalla. Uno per ogni tipo: umido, secco, carta, plastica&metalli, ramaglie. Vedo ottantenni, così come giovani madri con numerosa figliolanza in formazione task-force (i Veneti, notoriamente, scopano e figliano: menzion d’onore doverosa), caricarsi con estrema fatica i fottuti bidoni: la maggior parte di loro, ovvero quelli non provvisti di pick-up/SUV, nerborute braccia, figli/mariti/nipoti muniti di nerborute braccia, hanno rateizzato il carico bidoni in tre, quattro, cinque volte. Si, perché ovviamente i bidoni del cazzo finiscono a un certo punto. E bisogna quindi attendere una settimana affinché ci sia il riassortimento.

Ogni CONTENITOREDEDICATO è munito di microchip (MICROCHIP), che viene “letto” ad ogni ritiro dall’ochrana ecofascista , fornendo dati alla centrale operativa.

Dati. Centrale Operativa. Ok.

Ne avrò ancora per un’ora buona: aiuto qualcuno degli sventurati a caricarsi un paio di bidoni.

Le reazioni sono sempre le medesime: raffiche di bonarie bestemmie, ringraziamenti al sottoscritto, maledizioni indirizzate a politica, enti, istituzioni, governi, Euro, banche.

Per una volta, apprezzo il qualunquismo: talvolta le banalità, pur restando banalità, non cessano di essere vere&veritiere.

Giunge il mio turno: grazie a Dio mi tocca la tizia gender-tribe.

Ho tutte le carte in regola e la voltura procede senza intoppi (mi sono portato pure il passaporto e la tessera del Games Workshop Store: conosco i burocrati di “un certo tipo” e so che la prudenza non è mai troppa). Arriva il momento dello spiegone: mi viene consegnato, con ieratica deferenza, il calendario ritiri e mi viene chiaramente fatto intendere che il “secco” è “malvisto” e viene progressivamente disincentivato, difatti sono consentiti solo 12 ritiri gratuiti all’anno della “frazione secca”. Eventuali eccedenze sono a pagamento, al costo di 3,50 Euro ciascuna. Addebito automatico su bolletta tramite registrazione via microchip (MICROCHIP).

La fisso negli occhi, di un azzurro freddo, metallico, algido e le dico: “Pensi che io non ho neppure una vaga idea di cosa sia il “secco”…”.

Se le avessi frantumato il setto nasale con un cartone avrebbe accusato minor disagio. Un bagliore di inaudito stupore e rettilea cattiveria le accende a intermittenza lo sguardo: “Ah. Mi sta dicendo una cosa molto brutta, sa…non va mica bene così…ma vedo che lei viene da Roma…lì in effetti sono molto indietro sulla differenziata…e non solo…”.

Con piglio pedagogico mi illustra cosa sia la “frazione secca”, utilizzando un pennarello come esempio di “oggetto non riciclabile”.

Con candida innocenza le dico che io lo avrei infilato nel coso per la plastica, essendo un pennarello fatto precipuamente di materie plastiche.

Un velo di orrore cosmico, lovecraftiano, tinge la faccia del cyborg prima di rosso pompeiano, poi di bianco lattiginoso punteggiato di cremisi: “Non lo faccia assolutamente! I materiali compositi non sono riciclabili e devono pertanto essere destinati alla frazione secca! A meno che non siano INTIERAMENTE costituiti da materiali naturali e biodegradabili, come le plastiche di mais (plastiche di mais?!?!?), e allora possono finire nell’umido! Non solo rischia la multa (la multa. Sic.), ma potrebbe compromettere addirittura il ciclo di recupero, a gettare compositi nel contenitore sbagliato!”.

Pregno di nuove nozioni che già mi riprometto di utilizzare in maniera apertamente criminale, lascio l’ufficio post-sovietico.

Passa qualche giorno.

Leggo casualmente che la Province di Padova e Bologna hanno “assunto” 25 “ecovigili” ciascuna, ovvero relitti da Erasmus destinati a “verificare in concreto” il rispetto della normativa vigente in materia di raccolta differenziata e riciclaggio. Cani da rifiuti, insomma, autorizzati con tanto di carta bollata, a mettere naso e becco nei NOSTRI bidoni, al fine di individuare i “non allineati”, segnalarli, sanzionarli o farli sanzionare dagli ierofanti del gran dio dell’ecosostenibilità.

Apprendo che i contenitori di plastica di yogurt, salse, shampoo etc etc devono essere lavati (accuratamente) prima di essere giubilati, a pena di rigetto, segnalazione, multa.

Disfarsi di uno stendipanni e di una chaise-longue in plastica impone viaggio alla cosiddetta “isola ecologica”: la più vicina sta nei pressi di Selvazzano. 44 chilometri di viaggio tra andata e ritorno. Registrazione all’isola ecologica. Valutazione tipo incidente probatorio del materiale. Accettazione subordinata a detta valutazione. Totale, 3 ore nette. 3 ore del mio preziosissimo tempo che ho dovuto sottrarre a Dark Souls 3 e all’esercizio diuturno di sweep-picking su chitarra.

L’ira montante sta acquisendo qualità tridimensionali: sono tipo Cayo nel finale della seconda serie di Ken il Guerriero. Emano fumi, sudo lava e ho gli occhi di bragia stile Caron Dimonio.

Il punto di frattura è vicino. Vicinissimo.

Due gocce fanno traboccare il vaso, rompono gli argini, generano lo tsunami di odio puro che farà di me un leader resistenziale.

La maledetta “frazione secca” ci viene ripetutamente rigettata: non capiamo il perché. Nessuno ce lo spiega.

Alla fine riesco a chiarire l’arcano: usiamo il sacchetto “sbagliato”. Il problema è che nei market di zona NON esiste il “sacchetto da secco”. Il buon Mario, garzone del Despar vicino a casa, vedendomi afflitto e scorato di fronte allo scaffale sacchetti intuisce senza ch’io dica nulla: “Cerca i sacchetti per il secco, vero? Guardi, abbiamo capito che vanno utilizzati questi qui, gialli trasparenti. Gli stessi usati per la plastica…”. Lo ringrazio e gli chiedo, tuttavia, come mai ciò non sia scritto o indicato da nessuna parte, in nessun modo. Mario allarga le braccia e dice: “Eh, lo sappiamo: tutto funziona, eh, per carità -dice quasi intimorito, inizialmente, dalla possibilità che io sia un ecovigile in borghese-“, poi aggiunge, conscio di potersi fidare, “Sono dei talebani di merda: lei non ha idea delle multe che hanno rifilato a tantissimi poveri pensionati, qui a **********, per sacchetti non idonei, ramaglie messe nell’umido per sbaglio, semplici disattenzioni…non controllano sempre, ovvio…ma quando lo fanno è automatico che salti fuori qualcosa…sono dei bastardi…”.

Saluto cordialmente Mario, comincio meno cordialmente a meditare propositi di vendetta terminale.

E arriviamo finalmente al piatto di scampi menzionato in titolo.

Voi direte, care teste di granito, “ma che c’entra un piatto di scampi con l’ecofascismo?”.

E’ presto detto.

Cucinarsi un piatto di scampi alla griglia, cosa comunissima e normalissima in ogni paese realmente civile, diviene in Veneto un’impresa degna di Giasone con Argonauti al seguito.

A pena di ritrovarsi la casa impestata da afrore ittico o il giardino devastato da belve randagie dovrete far collidere l’acquisto degli onusti crostacei con, nell’ordine: 1) Pescheria aperta; 2) Effettiva presenza di scampi decenti su banco di detta pescheria; 3) Ritiro della “frazione umida” il giorno successivo alla vostra cena; 4) Auspicio di sufficiente bonomia da parte dell’ecocyborg preposto al ritiro, poiché a quanto pare è ancora oggetto di “dubia iuris” l’ascrivibilità dei gusci esoscheletrici  alla categoria “secco” oppure “umido”.

Se sbagliate anche di un micron la tempistica vi ritroverete a dover tenere in casa per 7 giorni minimo (SETTEGIORNI) le povere spoglie della strage di mare o, in alternativa, a far felici le squadriglie di felidi che imperversano nel quartiere, le quali, pur sprovviste di pollice opponibile non hanno difficoltà alcuna a devastare CONTENITORIDEDICATI e a spargerne in giro il contenuto come il sale su Cartagine (facendovi rischiare ovviamente multa).

Tutto questo ha un nome ben preciso: Ius Primae Noctis 2.0.

Gli infami ecofascisti di merda entrano nelle nostre case: non solo e non tanto attraverso la leva  burocratico/amministrativa, che già da sola griderebbe vendetta a Dio, ma imponendo con pervicacia stalinista il mutamento progressivo ed inesorabile delle nostre abitudini, alimentari e non solo.

Non ci scopano più la Sposa a babbo morto (cazzo volete che scopi un depravato fanatico della differenziata?), ma, in compenso, fanno qualcosa di molto peggio, se possibile: ci stuprano quotidianamente, ogni giorno che Dio manda in terra, resi forti, come tutti i pusillanimi senza palle, da leggi infami permeate da quella che non è semplice “ideologia”, ma assume i connotati di una vera e propria “religione” laica, coi suoi abominevoli riti, con la sua ributtante liturgia, coi suoi degenerati sacerdoti.

Tutto ciò che è anti-umano e profondamente innaturale li eccita, li attrae come falene verso un lampione: hanno finalmente la valvola di sfogo che consente loro di venire a patti con vite scialbe, squallide, fallimentari. Il potere che sono in grado di esercitare sulle esistenze altrui è il riscatto che hanno per anni inutilmente cercato per altre vie, senza riuscirci.

Una reazione è atto non solo legittimo: è atto doveroso per poter continuare a chiamarci Uomini e Donne.

E io ho reagito.

Cliniche, ambulatori, ospedali, centri commerciali, supermarket, fabbriche e laboratori sono ancore di salvezza: ne ho censito location e disposizione dei BIDONI (Ah! Che valenza apotropaica assume oggi questa disprezzata parola…).

Abbiamo cominciato di notte, magari di ritorno da un bel ristorante con la macchina carica di sacchi, a scaricare i rifiuti INDIFFERENZIATI nei maxicontainer fuori da suddette strutture.

Una sera, mentre ero all’opre intento, senza che me ne accorgessi si è avvicinata una macchina a fari spenti, in zona ************.

Temevo pattuglia di ecovigili e mi preparai al peggio, deciso a vender cara la mia “frazione umana”.

Non avete idea della sorpresa: dalla macchina, furtivo e interdetto nel vedermi, scese Mario. Il buon Mario, Principe tra i Garzoni.

Era venuto pure lui a fare il suo bravo dovere di Uomo per bene: aveva il portabagagli pieno di spazzatura.

Senza dire una parola scaricammo, ci stringemmo la mano con ferrea virilità e andammo a celebrare la riscoperta Libertà di fronte a un buon prosecco.

E così scoprii che molti, moltissimi “bravi padovani” facevano sistematicamente quello che noi avevamo appena fatto: la protesta, una volta sorda e rassegnata, stava piano piano diventando marea montante. Un barlume, pur tenue, di Civiltà ancora resisteva!

Le operazioni di scarico non erano prive di rischi: le pattuglie di polizia potevano essere un serio problema, così come l’addentrarsi in certe zone limitrofe a centri sociali o università (termini spesso fungibili oggidì, ahimé…).

Aiutato dall’impareggiabile Mario, divenuto mio luogotenente, cominciai a organizzare vere e proprie task force: due macchine “pulite” facevano da battistrada, tenendo sotto controllo la zona e segnalando tempestivamente pattuglie o ronde di ecovigili.

Già, perché gli ecofascisti sospettavano che “qualcosa non andasse per il verso giusto”. La corrività di questi ultimi ai centrosocialcosi (tra i tanti quelli del CSOA “Galzignana Biovegana”: un nome, una garanzia. Di disagio) li rendeva potenzialmente perniciosi per la nostra Rivoluzione Silente.

Ma fino ad oggi tutto è filato liscio: è fatto marginale che sia stato necessario fornire un tabarro di legnate ad una decina di cannati in dreadlocks, i quali, animati da eccessivo “spirito civico”, tentarono qualche tempo fa di interferire in malamaniera e con non sufficiente cortesia con le operazioni di scarico. Nonostante uno dei cloni di Ziggy Marley abbia strepitato, tra una centra e l’altra, “Mio padre è magistrato! Siete fottuti! La paghereteeeeee…” nulla è accaduto. Ovviamente: con la “roba” e i precedenti che avevano addosso nessuno di loro si sarebbe mai sognato di invocare l’intervento della forza pubblica.

Come sempre, a conclusione operazioni, ci si incontra in un’area parcheggio e si fa bisboccia: picnic notturni nei quali ho conosciuto persone straordinarie, condividendo baccalà alla vicentina e mantecato, bigoli in salsa, prosciutti e soppressate all’aglio, Vezzena stravecchio, cozze e capesante, disposti in bella maniera sul cofano di un’auto riattato a tavolino e innaffiati a dovere dai robusti vini autoctoni.

Perché noi, in quanto Uomini e Donne, in quanto Italiani, dopo il buon Dio veneriamo la buona tavola.

Non la spazzatura, nuovo idolo di involucri sub-umani, senza Dio, senza Patria, senza Storia, senza un cazzo di niente.

 

Ad maiora…

Carità bastarda

il blog di Costanza Miriano

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di Francesco Natale

Penso fosse il 1994, poiché all’epoca avevo poco più di 18 anni: avevo appena finito il Liceo e iniziato a frequentare il primo anno di Giurisprudenza.

Il weekend capitava spesso che prendessi un treno per recarmi a Milano: buona parte del mio “entourage” liceale si era iscritto alla Cattolica o alla Statale e a quel tempo Internet, chat e social network erano qualcosa di neppure immaginabile. I primi telefoni cellulari, oggetti costosissimi di dimensioni equiparabili ad un accumulatore da centrale termica, erano, al massimo, appannaggio esclusivo di qualche altissimo dirigente pubblico.

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Referendum: il “NO” come ultimo rimedio alla nostra imbecillità suicida

 

Francesco Natale

 

Invidia sociale. Imprimetevi a fuoco queste due parole nella mente. Invidia. Sociale.

Non intendiamo qui l’insieme di neurotiche reazioni che animano Paperino quando il suo vicino di casa Anacleto Mitraglia si compra un barbecue in Swarovsky pitonato o una fuori serie da Bokassa al solo scopo di umiliare la leggendaria “313”.

Parliamo di qualcosa di infinitamente peggiore, più insinuante e ramificato, una ossidante malvagità sottotraccia che permea da una ventina d’anni a questa parte il vissuto quotidiano di tantissimi, troppi Italiani.

Parliamo del carburante che ha riempito e riempie tutt’oggi fino alla tracimazione il serbatoio di certa “magistratura” il cui unico scopo è stato l’occupazione “manu militari” dell’alveo tradizionalmente e costituzionalmente riservato alla Classe Politica.

L’odiatissima e vituperata Classe Politica.

Ebbene, non siamo qui oggi per difendere una specifica Classe Politica o per analizzarne la minor o maggiore credibilità, capacità di Governo, efficacia nel concretizzare la propria agenda.

Non è questo l’aspetto rilevante, bensì un altro.

Solo chi è profondamente depravato o pazzo o coglione può pensare che il ridimensionamento numerico della rappresentanza così come l’abolizione “de facto” del decentramento amministrativo possano essere “passi in avanti”, “battaglie di civiltà”, “riforme necessarie e doverose”.

Come tutti i coglioni degni a pieno titolo di tal nome il nostro Italiano medio che odia pregiudizialmente la Classe Politica non si rende conto (o finge di non rendersi conto) di stringersi autonomamente il nodo scorsoio al collo e di cingersi autonomamente le manette ai polsi.

Il classico deficiente che si chiude il cazzo nella cassettiera per far dispetto alla moglie.

Da un lato strepita a gran voce parole prive di significato, poiché da nulla sostanziate, quali “libertà!”, “onestà!”, “trasparenza!” e dall’altro, solitamente in maniera inconscia, spiana la strada all’omologazione europeista che ci vuole tutti uguali, tutti aplastici, ovvero privi di forma definita, tutti burocratizzati secondo uno standard unico, proni ad un pensiero unico, debellati secondo un format unico.

Una tendenza suicida che, esclusa la fantascienza “noir”, si può spiegare solo ed esclusivamente chiamando in causa le due paroline di cui sopra: invidia sociale.

Entrando nel merito e semplificando il nostro coglione medio è convintissimo dell’esistenza di un nebuloso nesso causale in base al quale le proprie condizioni di disagio (economico, certo, ma più spesso psicologico ed emotivo), i propri fallimenti, la propria miseria materiale ed esistenziale siano inconfutabilmente dipendenti dal numero dei nostri rappresentanti e dagli stipendi che percepiscono.

Ne segue automaticamente che dimezzando il numero di Parlamentari, abolendo le Province, disgregando il Senato, decurtando del 70% lo stipendio dei Consiglieri Regionali, abrogando pensioni, diarie e vitalizi la quotidianità dei suddetti orcoplasti si trasformerà in una perenne, ininterrotta Bengodi, con fontane che sprizzano vini di prim’ordine, vulcani che eruttano tortellini in pozze di burro fuso, fiumi di latte e miele, Ferrari vendute al prezzo di una Fiat Marea.

Assistiamo quindi ad una hit-parade di fenomeni antropologici niente male che, assommati assieme, denotano la medesima tensione alla sopravvivenza riscontrabile in una falena in rotta di collisione con una lancia termica: 1) La auto-deresponsabilizzazione: io non ho colpa di nulla. La politica è comunque responsabile di tutto. Del fallimento del mio bar/impresa/industria. Del fallimento del mio matrimonio. Del conto del carrozziere. Della mafia (genericamente). Dell’inquinamento. Dei “diritti” che mancano. Dei maremoti. Tutto, insomma.

2) Il malcelato, costante livore verso chi ha di più, anche se legittimamente, anche se io possiedo già moltissimo: quindi non vedo l’ora di veder trascinato nel fango e in miseria il Senatore da 18.000 Euro mensili, il manager pubblico (sicuramente raccomandato e colluso con qualcuno/qualcosa/varie&eventuali) da 900.000 Euro l’anno, l’Avvocato di successo da 180.000 Euro a parcella. Il denaro è moralmente sbagliato quando sta nelle tasche altrui: le uniche tasche “eticamente corrette” per contenere determinate somme sono le mie.

3) Disintegrando la mia capacità di elettore attivo (il mio Diritto di voto, per i non giurisperiti), ovvero smantellando completamente il sistema articolato e ramificato di controllo politico territoriale, esercitato attraverso l’elezione di rappresentanti conosciuti e conoscibili poiché “vicini di casa”, tutto sarà più “efficiente”, più “libero”, più “economico” e, in sovrappiù, “daremo anche una bella lezione” a quei mangiapane a tradimento dei Consiglieri Provinciali.

Fantastico. Oltre al cazzo il nostro beneamato coglione ha chiuso pure la lingua nella suddetta cassettiera, facendo pure sfumare la possibilità d’un tenue cunnilingus a vantaggio della sempre più sventurata moglie.

Riguardo all’ultimo punto, un dato, così per dire, in riferimento alla tanto acclamata abolizione delle Province: costo d’esercizio annuale della Provincia di Genova, circa 270 milioni di Euro. Di questi, secondo voi, quanti erano spesi per gli stipendi di Giunta e Presidente nonché per i gettoni di presenza dei Consiglieri (i quali non percepivano stipendio fisso)? Non lo sapete? Beh, ve lo dico io: circa 670.000 Euro. Ovvero la rappresentanza POLITICA provinciale costava lo 0,248% del bilancio d’esercizio. Un risparmio FE-NO-ME-NA-LE, che ha indubitabilmente arricchito tutti i Genovesi, tenendo conto che tutto il personale amministrativo provinciale con annessi e connessi, trattandosi di dipendenti pubblici, è stato doverosamente, come legge prevede, ricollocato tra Comune e Regione, mantenendo sostanzialmente intatto il regime di spesa e denegando al contempo la possibilità per i Genovesi di sapere a chi lanciare uova marce in caso di insoddisfacente rappresentanza. Un piccolo, certamente, ma significativo decremento dei nostri diritti.

Ma, almeno, a quei ladri (0,248%. Zerovirgoladuecentoquarantottopercento. Manica. Di. Insopportabili. Coglioni) gliele abbiamo cantate…

In riferimento alla auto-deresponsabilizzazione, nulla di nuovo sotto al Sole: dai tempi del “manipulitismo” e dell’empio lancio di monetine davanti all’Hotel Raphael non è cambiato molto. L’attitudine qualunquistico/depressiva del nostro deficiente medio, il quale, per dire, non crede più in Dio ma nella “co-sti-tu-zio-ne” (sillabazione sofferta, aspirata e stentorea, mi raccomando, se no non funziona…), nel “rispetto” (esattamente come i mafiosi: né più né meno) e si pregia, magari pure mettendolo in curriculum, di aver frequentato “l’università della vita” (sic), ha semplicemente carburato la “magistratura d’assalto”, la quale ci ha “regalato”, dopo tanto repulisti, una classe politica la cui corruttela ed insipienza è stata di cento ordini di grandezza superiore a quella della Prima Repubblica, ha trasformato i coprogrammi di un malmostoso secchione come Travaglio e dell’onanista carpale Saviano in best-seller, ha trovato libero sfogo e patente di “intellettuale dilettante” tramite i telegrammi di Twitter, si è messo il suo bravo anello al naso e, non parendogli vero poiché da sempre frustrato di merda, si è festosamente aggregato alla ciurma telematico-bovina condotta magistralmente dal Pifferaio di Sant’Ilario: colui che per primo li disprezza e li deride. Tutti. Dal primo all’ultimo. Senza eccezioni.

Sul livore economico l’autocastrazione raggiunge vette che manco i sacerdoti consacrati a Cibele: sbraitando alti lai su “giustizia sociale!” e “redistribuzione!” e “basta pensioni d’oro!” il “nostro” ha spianato la strada a colossali farabutti (da Visco a Padoa Schioppa passando per Prodi) che gli hanno generosamente dato il contentino di sfasciare l’odiata classe media, agli occhi foderati di sterco del terminal coglione artefice d’ogni male (“Gli insegnanti, poi, che lavorano solo 18 ore la settimana e rubano lo stipendio…” : quante volte ho dovuto trattener pugni di cemento al sentir tali borborigmi…) pur magari facendone lui stesso parte. E se oggi si lagna di “non-arrivare-a-fine-mese” non posso che mandar la mia (già scarsissima) Carità Cristiana momentaneamente in aspettativa e colui a fare in culo tra fischi e sonore pernacchie.

Ergo: questo è l’identikit medio non tanto, almeno spero e credo, di quanti vorranno votare “si” all’imminente referendum, quanto più di coloro i quali ritengono convintamente che un’ulteriore deficit di rappresentanza giovi a questo paese. Solitamente per le ignobili ragioni di cui abbiamo qui dato conto.

Laddove, anzi, un aumento sensibile e significativo del controllo politico territoriale, del decentramento amministrativo, della responsabilizzazione del cittadino attraverso l’esercizio, anche capillare, della rappresentanza è l’unica, la sola strada che potrebbe (sottolineo: POTREBBE) migliorare le condizioni del nostro disastrato tessuto economico-sociale, essendo passaggio obbligato per riappropriarci di territorio e spazio vitale, per risolvere una emergenza sicurezza senza precedenti, per garantire, forse e potenzialmente, servizi più efficienti e “controllati”, per reprimere sul nascere emergenze pericolose e, al contempo, per sintonizzarsi in maniera fattiva ed efficace con la Comunità di cui si è rappresentanti e che, grazie a Dio, nel nostro paese è una entità unica e irripetibile rispetto alle altre Comunità, anche se limitrofe. Realtà non sovrapponibili, già da Comune a Comune: figuriamoci da Regione a Regione.

L’esatto opposto, senza punti di contatto possibili, rispetto a quanto l’europesimo militante propala come dottrina unica e omnicomprensiva, dottrina della quale la “riforma” in oggetto è figlia pienamente legittima.

Lasciateci il Senato, quindi, e tenetevi il vostro cazzo di Erasmus, apolidi senza Dio.

E, ovviamente, andate a fare in culo.

 

Ad maiora

 

 

 

 

 

 

Di terremoti, magistratura, modenesi avatiani e retorica di merda

Francesco Natale

 

Vedete, io ci provo pure ad amare il mio prossimo, così come Vangelo comanda. Forse non ci provo con la perseveranza che dedico allo studio della sei corde, del sistema modale o del dominare le punitive meccaniche di gioco di Bloodborne, ma cerco comunque, dopo 20 anni buoni di aggressività pregiudiziale a fauci snudate, di temperarmi. Di sopportare. Di tollerare la smisurata beceraggine del mio cosiddetto prossimo. Inutile: di fronte ad una idiozia solo apparente che in Realtà cela intenti profondamente criminali, che funge da maschera, da diafano maquillage all’agire di omerici tessitori di inganni proprio non ce la faccio.

Confido in immeritato Perdono da parte del Principale e tiro innanzi.

Nulla ho da dire, se non nel privato della Preghiera, su quanti hanno subito lutti e perdite inimmaginabili a causa di un sisma.

Parecchio ho invece da sparare, ad alzo zero, su commentatori, “esperti”, “magistrati”, “tecnici”, “intellettuali”, sfaccendati sbirciatori di cantieri.

Siamo fatti oggetto di una offensiva retorica ributtante che si articola su due piani distinti ma correlati, il primo dei quali è propedeutico, funge da trampolino al secondo.

La prima falange d’assalto è squisitamente mediatica: giornalisti di merda che cercano in ogni modo di mettere l’overdrive al già smisurato dolore delle genti colpite.

“Cosa ha provato in quei momenti?”. Non saprei: mi sono divertito come sul “tagadà” del Luna Park.

“Ha perso parenti e amici, vero? VERO?”. No: mi stavano tutti sul cazzo, parenti compresi. Ce ne fossero di terremoti…

“Cosa si aspetta dalle istituzioni?”. Che Berlusconi o il coreano del caso comprino tre punte decenti per il Milan.

“Si attende giustizia, vero? VERO?”. Mi attendo che ella si levi tempestivamente dai coglioni prima che il mio mulo la scambi per un cespo di lattuga e la divori qui sul posto.

La costante ricerca della lacrima pelosa. Il costringere quanti sono in comprensibile ed atroce stato di shock ad accettare la disonorante intimità del primo venuto. L’obbligo non scritto ma cogente di mettere in piazza sé stessi quando ci si ritrova peggio che ignudi.

Utilizzare la telecamera come un plotone d’esecuzione che spara a raffica sulla dignità residuale di vittime inermi, tanto per darle in pasto a qualche cannibale frustrato attaccato a ventosa sullo schermo e prontissimo a fare esegesi geologica sull’accaduto.

E qui si aggancia la seconda squadriglia di assaltatori, carburati fino all’ubriachezza dai suddetti “giornalisti”, che hanno preparato, dissodato, fertilizzato il terreno, di modo che i criminali della seconda ondata abbiano gioco facile.

Ecco entrare in scena i “tecnici”, gli “esperti”, i “magistrati”.

A crollo fatto e finito, coi cadaveri ancora caldi e magari neppure identificati, voilà: si prospettano già “gravissime responsabilità”, soggettive ed oggettive.

In virtù del fatto che, con salto surrealista degno di Dalì, si cancella dalla Realtà il dato inoppugnabile in base al quale i terremoti purtroppo accadono. Non sono prevedibili, checché ne dica qualche “togato” con seconda laurea in Geologia. Non esistono “normative antisismiche” che garantiscano blindatura al 100%. I fattori aleatori in gioco sono tali e tanti che è possibilissimo veder crollare la palazzina ultramoderna e al contempo veder resistere senza una scalfittura il palazzo ottocentesco situato a fianco di quest’ultima.

L’idea perversa pensata e tracciata da certa “magistratura” è che, cerca cerca e cerca, qualche ipotetica “responsabilità” si possa sempre trovare. E come tale, magari a distanza di decenni dalla costruzione di un immobile, possa e debba essere perseguita. Perché, di fatto, stando alla testa grovierata di taluni togati maratiani, le “responsabilità” ci sono sempre e sono SEMPRE politiche, in ultima istanza.

E’ vieppiù agghiacciante sentir dire da parte di massime cariche dello Stato, non ultimo pure il bonario Mattarella al quale è evidentemente scappato uno svarione non da poco, che “questa volta si andrà fino in fondo” (nell’accertamento delle “responsabilità”).

Il che implica in re ipsa: 1) In passato abbiamo insabbiato tutto e occultato ancor di più; 2) La colpa non è MAI di “madre gaia” che ogni tanto ha le mestruazioni pure lei e si incazza a bestia senza ragione, bensì sempre e comunque di Uomini -cattivi- che non hanno previsto, hanno costruito male, sono stati negligenti, hanno favorito l’impresa dell’amico.

E giù così di ramo in ramo: abbiamo la sconosciuta scrittrice invitata in Rai in quanto “esperta”, poiché a causa del terremoto che ha colpito L’Aquila nel 2009 ha perso l’amica di una seconda cugina di un’amica figlia di una prozia. La quale ovviamente biascica solo tre parole, variandone sequenza e sofferta, aspirata intonazione: “Legalità”, “Rispetto”, “Giustizia”. Ok. Grazie.

Il geologo/ambientalista/vegano il quale, ovviamente, parla di probabile nesso causale con le nefaste trivellazioni per rilevare la presenza di giacimenti di gas.

Il fatalista ex Lotta Continua, poi decaduto, cantinato per un ventennio e oggi tirato fuori dalla naftalina poiché perfetto alla bisogna, che sostiene di “averlo sempre detto che la zona andava messa in sicurezza”. Ma nessuno lo ha mai ascoltato. Esattamente come gli accadeva, povero e misero tapino, ai comitati di Lotta nei quali sperava di farsi bello citando Debray.

Purtroppo lo abbiamo già visto accadere a L’Aquila, Modena, Torino, Viareggio (mutatis mutandis la sostanza non cambia di un millimetro cubo): c’è sempre un colpevole di qualcosa.

Una temperie tecnico/giudiziaria ripugnante sul piano giuridico, pericolosissima sul piano socio-politico e criminale su quello eminentemente economico.

Perché i meravigliosi “tecnici&esperti”, magari prossimi al fallimento nei rispettivi ambiti, siano essi imprenditoriali o, peggio, universitari, hanno già fiutato l’affare del secolo che consentirà loro di tirar il fiato nella peggiore delle ipotesi. Arricchirsi smisuratamente e entrare nei salotti buoni nella migliore.

Già si parla di “riqualifizione antisismica” dell’INTERO territorio nazionale. Tutto lo Stivale. Tutto quanto.

Un’ipotesi ahimé fin troppo concreta che già sta facendo sbavare certuni dipartimenti universitari del nord-italia nonché un’orda di palazzinari d’assalto da Torino a Lamezia passando, ovviamente, per Roma.

Il giusto grimaldello, insomma, per forzare l’odioso “patto di stabilità” (cosa di per sé giustissima, per carità) ma, ATTENZIONE, non per liquidare debiti che il pubblico ha contratto con imprese private o investire in sensate opere pubbliche, bensì per rendere “sicuri” comuni, che so, tipo Rapallo o Grottaferrata, ove di terremoti non si è avuta quasi traccia dai tempi in cui Sumer governava il Medio-Oriente.

Una pioggia smisurata di denari pronti ad essere inutilmente investiti sull’onda lunga dell’emotivismo debitamente strumentalizzato.

Investiti a cazzo campana, certamente, ma profittevolissimi per taluni soggetti privilegiati che avranno 99 su 100 il monopolio sulla “riqualificazione”. E indovinate un po’ chi è il soggetto privilegiato per eccellenza al riguardo, almeno in tutto il Centro-Italia?

L’individuazione di Vasco Errani come commissario straordinario per la ricostruzione dovrebbe fornire indizio prezioso al riguardo.

Tutto legale. Tutto legittimo. Tutto giusto, nella “direzione giusta” e, soprattutto, del colore giusto. Che si può volere di più?

Il punto critico, purtroppo, è che il colpevolismo è divenuto sentimento comune, che fa presa facilissima sull’Italiano medio, dai tempi nefasti di “mani pulite” in avanti.

E il nostro imbecille medio neppure si rende conto che, vestito questo vomitevole abito mentale, egli fa il gioco di emeriti farabutti i quali, dietro lo scudo apparente della legge e forti, fortissimi del diffuso sentimento di invidia sociale che anima da oltre 20 anni la maggioranza dei consociati, si fregano le manine grassocce, disprezzando, loro per primi, gli strepitanti sostenitori della “responsabilità senza se e senza ma”, mentre si foderano di milioni e consolidano ulteriormente un sistema di potere ramificato che pare adamantino tanto è inscalfibile.

Mi sia consentito al riguardo, di citare esempio significativo vissuto in prima persona qualche settimana fa, proprio in riferimento al terremoto di Modena.

Capitano una sera nel mio bar di riferimento due soggetti avatiani, padre e figlio, modenesi che parevano usciti dal set di “Zeder” o de “La Casa dalle Finestre che Ridono”.

Fanno sfoggio di danaro. Il più giovane, sui 40 anni, passa la serata a togliersi e rimettersi le scarpe, con piglio padronale, incurante degli altri ospiti. Camicia di lino, dente di squalo al collo e Rolex d’ordinanza al polso. Tutto secondo copione: il canonico vitellone da riviera romagnola, tutto Vasco, piadina, gnocca, “mucchia” (in privato vi spiego, se volete), “che belli gli anni ’70 etc etc”. Proprietario/gestore di locali in quel della città natale nonché organizzatore di “festival” e “manifestazioni” targate “giuste”. Si chiama Andrea, credo: se passate da quelle parti salutatemelo calorosamente.

Ebbene, il caso clinico in questione butta il discorso sulle oggettive responsabilità di Carlo Giovanardi riguardo al terremoto modenese.

Avete capito bene: stando al geologo in erba il terremoto in questione è stato causato dai carotaggi per rilevare giacimenti di gas secondo lui autorizzati dall’ai tempi ministro Giovanardi.

Non solo: l’epigono di Buono Legnani (la parlata almeno era la medesima: le doti pittoriche non saprei…) postula che quanti si sono occupati del caso, ovvero taluni “attivisti” ripieni di senso civico, sono spariti senza lasciare traccia. Uccisi o peggio, se ne desume. Tutta la inchiodante documentazione raccolta è ovviamente sparita pure lei.

Ora, capite bene, care teste di granito, che se la percezione/reazione dell’Italiano medio di fronte a taluni catastrofici fenomeni NATURALI è questa, possiamo pure chiudere tutto ed emigrare felici in Corea del Nord.

In conclusione, riflettete, al di là della tragedia e del dramma umano sul quale tanti, troppi speculano come avvoltoi per opportunismo politico o per prospettiva di notevole guadagno: soggetti come quelli qui brevemente elencati (e ve ne sono altre, infinite tipologie: a voi scovarle…) partono tutti da un presupposto nefasto oltre misura e, al contempo, terribilmente seducente per chi sia un poco molliccio di spina dorsale, ovvero che il Mondo debba essere necessariamente un luogo perfetto. Senza sbavature. Se così non è la colpa è necessariamente politica ed attribuibile a qualcuno che deve essere individuato e annientato. Il medesimo principio che ci ha regalato il monopolio cooperativo in Toscana, Liguria, Emilia Romagna. Il medesimo principio che anima i teratomorfi pentastellati. Il medesimo presupposto, andando un poco indietro, che ci ha regalato gli orrori del “razionalismo” illuminista. L’ossatura, la carne e il sangue del nazional-socialismo hitleriano.

Forse è tempo di riscoprirci davvero “antifascisti”: una volta tanto, Dio volesse, come si deve e non a cazzo di cane…

Ad maiora